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Scialpinismo in Albania

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Siamo arrivati intorno al venti marzo in cinque, Andrea Gobetti, Paolo Loss, Salvatore Giuliano, Tommaso Biondi ed io. Per la logistica ed i trasporti ci siamo affidati alla Tartan Onlus, associazione gestita dall’amico Dritan Hoxha, che ci permette di visitare le montagne albanesi nonostante non vi siano rifugi ne carte topografiche. Unico imprevisto del viaggio ce lo ha riservato Alitalia che ha smarrito gli sci di Tommy ed i miei facendoli arrivare con cinque giorni di ritardo.

Come base, un paese di un migliaio di anime ai piedi della montagna, Macukull (1000 mt) distante circa quattro ore da Tirana. Qua una famiglia ci ha ospitato affittandoci una parte della loro abitazione: ci siamo trovati così a vivere a stretto contatto con sette persone che non parlavano la nostra lingua, così come noi la loro. Le barriere linguistiche però non sono state un problema e tra gli accoglienti ospiti e noi si è creato un clima piacevole di curiosità e rispetto reciproco. Hysni, il padrone di casa, non mancava ogni sera di portarci raki e caffè turco mentre con l’ausilio delle foto gli raccontavamo la nostra giornata.

Arrivare a Macukull da Burrel attraverso la strada sterrata è stato un tuffo nel passato, le abitazioni in pietra con la torre sono le famose “kulla”, le case ben descritte in “Aprile spezzato” di Ismail Kadarè, dove spesso le famiglie si trovavano a vivere recluse a causa delle faide familiari (gjakmarrja) legate al Kanun, l’antico codice consuetudinario tramandato oralmente di generazione in generazione. Passeggiare tra gli antichi sentieri acciottolati era emozionante, evidente il contrasto tra la bellezza della natura e le sinistre evocazioni emanate dalle kulla. Attualmente il villaggio, in parte abbandonato a causa delle ondate migratorie, è un luogo sicuro e piacevole abitato in prevalenza da pastori. L’ospitalità, proverbiale in Albania, ha giocato un ruolo chiave permettendoci di approfondire la conoscenza del territorio.

Durante i primi giorni, privato degli amati sci da telemark ho potuto girovagare liberamente a piedi, mi affascina camminare lungo tracce impercettibili segnate dal passaggio degli animali selvatici, indovinando il punto più adatto dove passare per poter proseguire. L’assenza di sentieri ufficiali, di percorsi programmati permette di conoscere e scoprire non solo l’ambiente intorno, ma anche sé stessi. Muoversi all’esterno seguendo labili piste è un po’ muoversi dentro ampliando le proprie mappe concettuali, i propri pensieri, donandosi nuove possibilità. Mi piace immaginare nei secoli quante storie vi siano passate, fughe, arrivi, partenze, incontri e scontri che il vento passando tra le fronde degli alberi prova a raccontare. Respiravo un tempo sospeso, non databile, mentre mi muovevo curioso sulla montagna in cerca di segni, quelli umani incisi sulla pietra e quelli degli animali che lasciavano sulla neve le orme del loro passaggio, orsi, lupi, linci, pernici, galli cedrone, gatti selvatici, gli abitanti di queste montagne che silenziosi ci osservavano senza lasciarsi guardare. Dalla casa potevamo scegliere in quale direzione muoverci passando così per ambienti differenti, uscendo sul retro della casa ci trovavamo sopra doline di calcare in cerca di grotte, ogni gita ci ha riservato sorprese, da un fiume che scompare in una grotta simile alle fauci del mostro, gran gioia per gli amici speleologi (Andrea e Tommaso) che sono tornati ad esplorarla in estate, ad un kanyon che ci siamo divertiti a scendere osservando le aquile che volteggiavano sopra di noi, visitatori inaspettati. Uscendo a destra del cancello si saliva invece lungo il paese tra le kulla, i campi coltivati e gli animali al pascolo e poco a poco il ciottolato si trasforma in ripido sentiero che in un paio d’ore porta al colle, dove poco sopra lasciavamo sci e tavole nascosti nella neve per non doverli portare a braccia ogni volta. Da qua è partita la mia unica gita in telemark. Una volta inforcati gli sci abbiamo tenuto la destra inoltrandoci in una fitta boschina dove le radici sembravano braccia che si avvolgevano agli sci. Superata, in circa mezz’ora ci siamo ritrovati in un’ampia valle con gli alberi tagliati e proseguendo, in un’ora abbiamo raggiunto il colle sotto la vetta del Mali Dejes vogel (2000mt), da qui un’altra ora per raggiungere la vetta. Dalla cima si distinguevano le montagne circostanti e l’Albania si mostrava nella sua aspra e rude bellezza. Che emozione pensare di essere il primo a salire in telemark, non io conquistatore ma conquistato dalla vetta. La discesa è stata divertente, quando dalla cima mi sono trovato di fronte il canalone che avrei dovuto sciare ho provato una sensazione di vuoto nello stomaco, poi, vedere gli amici scendere col sorriso mi ha restituito fiducia e così anch’io ho impresso le mie emozioni sulla neve fresca.