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Iran 2008: tra montagne, storia e bazar

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Allora si parte per le montagne: la nostra meta è Chelgerd (piccolo villaggio appena citato nella nostra guida Lonely Planet), dove contiamo di fermarci per quattro notti. Appena, allontanandoci via via da Isfahan, cominciamo ad intravedere qualche montagna, ne scrutiamo pensierosi i pendii, ciascuno per sè,in silenzio, per non comunicare anche agli altri il timore che ciascuno di noi prova e la possibile delusione nel constatare la mancanza dell’elemento fondamentale per la nostra attività: la neve. Ecco invece, all’improvviso, qualcosa che non ci aspettavamo più: dietro una curva si apre davanti a noi uno spettacolo meraviglioso: montagne ancora lontane ci compaiono davanti….. e… sono bianche! D’improvviso ricominciamo a parlare e a ridere. Io mi volto a guardare Paolo e Silvana, che hanno ideato tutto questo: finalmente stanno sorridendo rilassati! Siamo talmente impazienti che, appena sistemate tutte le nostre cose in albergo e non senza aver prima gustato un’ottima trota fritta con lo zafferano, calziamo gli sci. Sono le quattro e mezza quando partiamo: la nostra meta è la cima che vediamo giusto di fronte all’albergo. Sono circa 600 metri di dislivello. Arriviamo in vetta alle prime luci del tramonto, quando la piana sottostante è già tutta immersa nell’ombra e le montagne di fronte a noi, strane zebre per l’alternanza di lingue di neve e terra scura, cominciano a tingersi di rosso.

E’ difficile spiegare cosa ho provato in quel momento: abbandonata al vento del tramonto e alla malinconia della sera incipiente, pensavo a dove mi trovavo, chilometri e chilometri da casa, ammirando a bocca aperta il paesaggio che avevo davanti. Pensavo alle persone che abitavano nelle case del villaggio che da lassù potevo vedere e alla loro vita, così diversa dalla mia. Ascoltavo il canto del muezzin ed ero così felice di esser lì in quel momento, che mi è spuntata una lacrima. Abbiamo iniziato con le cime che vedevamo dalla nostra base di partenza e ciascuna poi era l’osservatorio privilegiato per la vetta del giorno seguente. E’ stato bello andare, guidati solo dai nostri occhi e dalla nostra voglia di camminare, senza nemmeno conoscere il nome della vetta che avremmo raggiunto (non siamo riusciti a trovare carte degne di tal nome). Quel “navigare a vista”, reso certamente possibile dalla stabilità di un tempo stupendo e dall’assoluta assenza di pericoli in quanto a valanghe, mi faceva sentire libera, non legata a nient’altro che al desiderio di andare a vedere che cosa si vedeva “da lì”, o di scegliere il pendio più divertente, o la neve più bella …. Naturalmente la neve più bella era sempre quella che avevamo sotto ai piedi in quel momento. La neve che abbiamo trovato noi era talmente trasformata e ci ha permesso di fare delle sciate così mitiche che mi sento già ripagata per tutte le eventuali “croste malefiche” che ho incontrato e che incontrerò da ora alla fine della mia carriera di scialpinista! Il terzo giorno della nostra permanenza a Celghered abbiamo tentato la salita ad una cima un po’ più ambiziosa, che conoscevamo grazie ad un articolo apparso sulla “Rivista del CAI” che descriveva una serie di salite effettuate sugli Zagros da un gruppo di scialpinisti romani (Monti Zagros. Come nomadi, con gli sci ai piedi, di Alberto Sciamplicotti. Rivista del CAI mar/apr.2005,pp.34-37). Quelle montagne le avevamo viste anche noi, dalle cime raggiunte nei giorni precedenti. In effetti al di là della prima catena di montagne che vedevamo dal villaggio, alcune delle quali da noi già raggiunte con gli sci, si apriva una seconda quinta di vette, più severe e impegnative, i cui canali ci avevano fatto sognare memorabili discese.

Sapevamo, però, che il gruppo che ci aveva preceduti aveva usato le tende per stabilire un campo base strategico ai fini del raggiungimento di più vette. Noi non eravamo attrezzati per questo, ma avevamo deciso comunque di provare a raggiungere l’Haftanan, la montagna più alta del gruppo, 4100 metri. Partiti pieni di entusiasmo dal villaggio baktiari in corrispondenza del passo, ci siamo trovati subito di fronte al primo problema: l’attraversamento di un torrente che, sebbene non sembrasse troppo profondo, ci ha dato qualche problema e ci ha fatto perdere parecchio tempo per cercare ed, infine, trovare, il passaggio che ci permettesse di attraversarlo senza bagnarci troppo (dell’unico ponte incontrato, restava solo qualche insicurissimo cavo metallico) . Sapevamo (perché l’avevamo visto nei giorni precedenti), che prima o poi avremmo incontrato e dovuto attraversare un profondo canyon, ultimo ostacolo a dividerci dal vallone di salita alla vetta. Da lì in poi sembravano non esserci più ostacoli, a parte la fatica e la necessaria valutazione in loco del manto nevoso… Almeno così ci sembrava dalle osservazioni fatte nei giorni precedenti. Dopo l’attraversamento di un lunghissimo altopiano, ecco finalmente la discesa al canyon. Scendiamo fino alle rive del torrente, che è molto diverso da quello già attraversato. Il letto è molto più ampio e l’avanzato disgelo lo ha caricato di acque ghiacciate. Non ci scoraggiamo: lo percorriamo in su e in giù cercando un passaggio, ben sapendo, comunque, che, anche trovandolo, l’ora tarda ci aveva già precluso il raggiungimento della vetta. Comunque non troviamo alcun passaggio che ci permetta di arrivare di là senza andare a mollo almeno fino alla pancia e quindi, comunque felici per questa gita esplorativa, torniamo sui nostri passi ripiegando su una vetta vicina, che ci permette una perfetta visione sul canyon e sui canali agognati che rimangono, almeno per questa volta, vicini ma irraggiungibili. Appuntamento alla prossima volta…..Inshallah!

Quando rifacciamo gli zaini per lasciare questo posto bellissimo e queste persone gentili e sorridenti che hanno allietato il nostro soggiorno (a parte un venerdì, quando l’albergo ha avuto molti ospiti, per il tempo restante eravamo gli unici clienti), siamo tutti molto tristi. Arriviamo a Yazd, città del deserto, che, con le sue torri del vento (badgir), e le torri del silenzio, con le bellissime case di epoca qagiara e i suoi vicoli di fango, e l’immancabile bazar ci riproietta nella dimensione del viaggio, momentaneamente abbandonata per scorrazzare liberi e felici per le montagne. Qui io e Silvana abbiamo avuto l’enorme fortuna di poter partecipare ad una festa di matrimonio. Qui finalmente abbiamo visto donne senza il velo (ovviamente si trattava di una festa a cui erano ammesse solo donne ed un guardiano al cancello aveva il compito di respingere qualsiasi uomo si avvicinasse anche solo all’entrata!), elegantissime, che evidentemente vivevano la piacevole sensazione di potersi scoprire il capo .. e non solo. Era molto buffo vederle entrare in quella sala coperte con il solito chador lungo fino ai piedi (sotto il quale, a ben guardare, già si intravedeva la scarpa col tacco altissimo o, di sfuggita, la corta gonna dorata) e poi, dopo una breve sosta in una specie di spogliatoio, vederle riapparire completamente trasformate, con queste bellissime chiome finalmente libere e con vestiti assolutamente audaci in quanto a parti scoperte. Ne coglievo la felicità nell’essere finalmente libere di mettersi in mostra anche davanti a due donne occidentali e di mostrare a tutte le altre i loro vestiti e le loro acconciature. Unico uomo presente lo sposo, che ad un certo punto è comparso, assieme alla sposa, anche lei ampiamente scoperta. Prima del loro arrivo noi due siamo state al centro dell’attenzione: sguardi furtivi e sorrisi da lontano piuttosto che richieste di scattarci delle foto o, le più coraggiose, il tentativo di intavolare una conversazione per capire, sapere, con questa sete di conoscenza appena placata da un breve incontro e scambio di idee. Ed infine Persepoli: luogo pieno di suggestione e di fascino. Il palazzo di Dario, le tombe degli Achemenidi e tutti quei nomi che all’improvviso riaffiorano dai ricordi impolverati del liceo: Ciro, Serse, Cambise, Dario il grande. I Persiani vanno, giustamente, molto orgogliosi di questo sito archeologico, che considerano la perla del loro paese.

Nemmeno qui incontriamo molti turisti, il sito è invece molto visitato dagli iraniani stessi. E’ così anche alla tomba di Hafez a Shiraz. Hafez è considerato uno dei grandi poeti iraniani e la sua tomba è meta di pellegrinaggio da parte di tantissimi iraniani (soprattutto giovani, ma non solo) che leggono pagine dei suoi poemi a voce alta davanti alla sua tomba. C’è anche un’altra usanza, molto particolare, che ci ha raccontato la nostra guida, Mansour, e che ho vista io stessa. Quando qualcuno ha un dubbio, un’incertezza su una decisione da prendere, l’iraniano interroga prima il corano e poi i versi di Hafez, recandosi sulla sua tomba a Shiraz e aprendo a caso il testo che raccoglie i suoi versi: lì troverà la risposta ai suoi dubbi. Questo è solo il segno più evidente e tangibile dell’amore degli iraniani per la poesia. Frasi poetiche tratte da questa o da quella raccolta vengono continuamente citate a memoria nella conversazione quotidiana (Mansoor, per esempio, lo faceva spesso). Volendo fare un parallelismo con l’Italia, sarebbe come se la tomba di Petrarca fosse costantemente visitata da giovani che recitano i suoi versi!! Non riesco proprio ad immaginarlo!!! Le ultime ore in Iran, dopo aver lasciato i nostri amici Paolo, Silvana, Franco e Mansour, le passiamo al bazar di Teheran, luogo inimmaginabile e indescrivibile nella sua caotica e sfrenata attività. Qui, purtroppo, non riusciamo neanche a fare gli ultimi acquisti perché il bazar di Teheran, a differenza, di tutti gli altri bazar, che chiudono intorno alle 22, chiude invece alle 18. Questo per permettere, vista l’enorme estensione della capitale e il traffico che l’attanaglia, l’arrivo a casa ad un’ora decente anche a chi abita in periferia. Questo è stato il mio Iran, che rimane lì, da secoli e secoli, aspettando paziente che gli uomini più illuminati lascino da parte sciocchi pregiudizi e si accorgano della sua sfavillante bellezza ed ospitalità. Auguro a tutti voi un buon viaggio!! (Testo: Carla Costa)