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Trent’anni fa la “trilogia” di Casarotto 15 giorni nell’inferno del Monte Bianco

Pubblicato il: 01/01/2013 Nessun commento

In solitaria invernale completò un’impresa unica, da superuomo

La grande neve ad alta quota e le temperature altalenanti allontanano gli alpinisti dalle invernali sulle Alpi. Non è tempo, non per questo Capodanno. In più, questa volontà di festeggiare il Natale o il nuovo anno con un’impresa fa parte di tempi lontani, quando al centro dei progetti c’erano le grandi vie del Passaggio a Nord-Ovest, cioè il Monte Bianco.

L’anno appena concluso ha portato con sè il trentennale di una salita da annoverare nell’epica alpinistica, la prima scalata invernale in solitaria della difficile e lunga cresta di Peutérey. Seimila metri di itinerario che Renato Casarotto, infermiere vicentino di 33 anni, cominciò a pensare fin dall’autunno del 1981.

La sue rinunce furono causate dal maltempo che gli impedì di affrontare il Bianco a Natale e a Capodanno. Infine partì per la Val Veny, da Courmayeur, il 30 gennaio del 1982. E sparì, a tratti con il Bianco avvolto da bufere e nevicate intense, per due settimane. Quando ricomparve nel tardo pomeriggio del 15 febbraio a Chamonix, sull’altro versante della montagna, sembrava un fantasma, un redivivo. Due settimane sul Monte Bianco d’inverno, senza aiuto, senza radio, con viveri trascinati in un secondo zaino ma che non potevano bastare oltre i dieci giorni, fecero di Casarotto un superuomo.

Pianse, Renato, di felicità e di stanchezza, si accasciò in ginocchio. L’ultima notte la passò appena sotto la vetta del Bianco, si scavò una buca nella neve a 4800 metri, sfinito, senza tentare neppure di raggiungere la capanna Vallot perché anche il cielo era bianco e tutt’intorno non aveva che una nebbia gelida, densa di fiocchi di neve ghiacciati e turbinanti. Casarotto sapeva molto poco del Bianco, non lo aveva mai salito o sceso sul versante francese e dalla Val Veny aveva compiuto scalate molto meno impegnative.

La sua impresa è nella storia dell’alpinismo come «la trilogia del Freney». Riuscì a portare a termine il suo progetto che già sulla carta faceva tremare i polsi: parete Ovest (via Ratti-Vitali) dell’Aiguille Noire de Peutérey, via Gervasutti-Boccalatte al Picco Gugliermina per raggiungere poi l’Aiguille Blanche e, infine, il Pilone Centrale, la via della sciagura della spedizione Bonatti del 1961 poi aperta da Chris Bonington, per concludere sulla vetta del tetto d’Europa.

Casarotto fu il primo a seguire la lunga cresta scegliendo le vie più impegnative e fu anche il primo ad affrontare con successo la Ovest della Noire da solo e d’inverno. La prima invernale fu compiuta nel 1967 da due guide alpine valdostane, Angelo Bozzetti e Angelo Pramotton (Bozzetti morì durante la discesa sulla via normale). Casarotto era un alpinista che amava arrampicare in solitaria, ma nelle sue imprese c’era sempre la presenza della moglie Goretta Traverso, ora autrice di un libro edito da Alpine Studio, «Una vita tra le montagne».

Renato l’infermiere, dopo aver giocato a fare l’alpinista da ragazzo, si appassionò all’arrampicata durante il servizio militare in Cadore, nelle truppe alpine e diventò un professionista. Le sue imprese, simili a quelle del pionierismo alpinistico per coraggio e spirito di avventura, convinsero molte aziende a fargli da sponsor.

Ma Casarotto, nonostante le sue salite sulle Ande, sulle Alpi e in Himalaya, non riuscì a diventare personaggio per quel suo essere schivo, per la sua semplicità che lo portava a non aggettivare mai le sue imprese. «Sì, l’ho fatta, è stata dura, ho avuto paura di morire», disse a Chamonix dopo quei 15 giorni sul Bianco.

Morì nel luglio del 1986 alla base del K2, ingoiato da un ghiacciaio mentre stava parlando via radio con la moglie Goretta che era al campo base. Renato rientrava dal lungo tentativo in solitaria sulla Magic Line. Il maltempo lo fece rinunciare a 300 metri dalla cima. Scese superando difficoltà tecniche e rischi al limite dell’immaginabile e morì a venti minuti dalla sua Goretta perché sotto i suoi scarponi crollò il ponte di neve che superava un crepaccio profondo 40 metri.

Autore: La stampa
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