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Intervista a Linda Cottino

Pubblicato il: 15/06/2008 Nessun commento

a cura di Antonella Passoni

Vivo e lavoro a Torino, dove sono nata, benché abbia trascorso in Francia e in Germania alcuni periodi di studio e professionali. Con una laurea in storia moderna, mi sono formata come giornalista nel settore sociale, collaborando alla nascita della prima agenzia di stampa specializzata sui problemi dell'emarginazione, inventata dal Gruppo Abele di don Luigi Ciotti a Torino negli anni 80. In seguito, per una lunga parentesi, mi sono dedicata all'editoria, occupandomi di traduzioni, editing e correzione di bozze per Einaudi, Utet, Bollati Boringhieri, Loescher, Tea. Finché, inaspettata, è giunta la proposta del mensile Alp, alla ricerca di un caporedattore "che ne capisse di montagna". Così, nel 1998 è cominciata questa mia avventura al giornale, del quale nel 2002 ho preso la direzione. Nel frattempo, nella collana dei Licheni di Cda&Vivalda, ho pubblicato "Qui Elja mi sentite?", un libro (segnalato al Premio Itas) dedicato alla tragedia delle otto alpiniste sovietiche morte in una bufera d'alta quota sul Pik Lenin nel 1974. La mia passione per la montagna risale alla prima infanzia, quando mio padre mi portava a camminare sulle montagne cuneesi con gli amici ex partigiani, suoi "fratelli maggiori": Nuto Revelli, Alberto Bianco, Faustino Dalmazzo, Giorgio Agosti ecc. Contemporaneamente imparavo a sciare (il caso ha voluto che mio maestro sulle piste di Limone Piemonte fosse il forte alpinista Guido Machetto), e poi è venuto il tempo dell'alpinismo e dell'arrampicata. Oggi tento di coniugare passione e lavoro, nella vertigine di una mescolanza talora complessa da districare ma sempre entusiasmante".

Linda svolge molte cose. Dieci ore di lavoro in redazioni e tantissimi viaggi ed interviste. Ultima è stata fatta a Reinold Messner, che compare nel numero di Alp di questo mese. Riesce a scrivere libri e la sera dopo il lavoro, trova anche il tempo per arrampicare. Parliamo a lungo dell’alpinismo femminile e l’intervista lentamente si trasforma in un dialogo interiore, solidale. Linda ad un certo punto con una leggera tristezza dice :

"Se le donne dicessero qualcosa, se entrassero in un rapporto dialettico col maschile, nascerebbe qualcosa di più interessante. Un approccio nuovo messo a disposizione di tutti, un espressione creativa non solo nel salire una montagna ma anche nel sociale."

“Secondo te l’alpinismo rispecchia la società?”
"Ormai non ci sono più grandi differenze tra le performance maschili e femminili, le donne hanno raggiunto gli stessi gradi degli uomini ma ,mantengono ed esprimono un approccio diverso. Le cordate femminili sono molte. Le donne sono uscite dalle riserve indiane nelle quali hanno vissuto per anni, non ricalcano più stereotipi mascolini ed ora si propongono al femminile. Diversamente dal luogo comune che ci vuole eterne rivali, noi donne non soffriamo se non riusciamo a fare un passaggio e volentieri lasciamo il passo alla compagna di cordata. - Io non riesco, prova tu - Tutto è vissuto con molta naturalezza, semplicità e senza rivalità. Su un piano di parità di identità, non sul sono più forte o più debole".

Lo psicoanalista e filosofo Lacan provocatoriamente negli anni settanta disse: ”Donne, diteci voi chi siete e cosa volete” sottolineando l’assenza di “parola” della donna.
"Se le donne si esprimono poco e male è perché il terreno di gioco è maschile ed è l’unico che c’è dato. Dobbiamo sempre misurarci in ambiti che non ci sono consoni, dentro a schemi di gara e di competizione che non ci appartengono :le prove speed, le gare di velocità, i concatenamenti mozzafiato, tutte specialità e discipline estremizzate. Le donne, fanno uscire nel loro approccio all’arrampicata, alla vita, qualcosa di più complesso, sfaccettato, multicolore anche se spesso contraddittorio e complesso. Qualcosa di non schematizzabile.

La donna quindi è costretta ad esprimersi attraverso un “linguaggio alpinistico” che non le appartiene. Vedi una soluzione ,una via d’uscita?
"Sinceramente no ,ho parlato a lungo di quest’aspetto anche con Nives Meroi e non siamo riuscite a vedere una soluzione tangibile immediata. L’unica mediazione tra i mondi del maschile e femminile è il non appiattirsi sull’uno piuttosto che sull’altro, perché è nell’unione di queste due forze che nasce un evoluzione. Purtroppo c’è da affermare che all’uomo questo interessa relativamente e che finché da parte sua non ci sarà ascolto non avverrà nessuna trasformazione."

Concludo quest’intervista con una considerazione molto semplice. Il giorno che l’uomo darà il passo alla donna, indifferentemente se in parete o sugli sci, senza sentirsi oltraggiato nella sua identità e il giorno che la donna non si farà sedurre dal sistema predominante maschile e trasmetterà il suo proprio codice vitale, fondato non sulla prevaricazione, ma sul delicato intersecarsi di energie, avverrà il cambiamento. In montagna, come nella vita

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